di Piero Percoco , a cura di Alice Caracciolo, in collaborazione con linea
Non esiste un solo tempo. Ciò che chiamiamo paesaggio non è una cosa ma un nodo di processi che scorrono a velocità diverse: il tempo lento della terra e del mare, quello ciclico delle stagioni, il tempo delle comunità che abitano i luoghi, il tempo brevissimo dei gesti quotidiani.
Ognuno misura una durata e il loro intreccio provvisorio è ciò che, per un istante, chiamiamo un luogo. Guardare un territorio significa allora cogliere il modo in cui questi tempi coesistono, si sovrappongono, si trasformano l’uno nell’altro.
La selezione presentata in mostra nasce dal desiderio di leggere il lavoro di Piero Percoco a partire da questa soglia. La sua ricerca è associata alla capacità di intercettare l’inatteso dentro la vita quotidiana — episodi minimi, apparizioni improvvise capaci di incrinare l’ordine delle cose.
Questa mostra muove da lì e ne cerca la radice. Da oltre quindici anni Percoco torna sugli stessi litorali, attraversa le stesse campagne, osserva le periferie, le architetture rurali, i margini urbani, i luoghi dell’infanzia. Tornare è una forma di abitare: non occupare un luogo, ma appartenergli, averne cura, lasciarlo essere.
Questa permanenza non costruisce un archivio del Sud né un’immagine identitaria. Costruisce un sapere fondato sulla durata dello sguardo: la capacità di tornare nello stesso luogo e di vederlo ancora, invece di limitarsi a riconoscerlo. Gran parte del nostro guardare è automatico — vediamo ciò che già sappiamo di vedere.
La pratica di Percoco è il contrario: un esercizio per restare desti, per non lasciare che l’abitudine prenda il posto della presenza. A forza di tornare, la distanza tra chi guarda e ciò che è guardato si assottiglia. Le sue immagini non raccontano un paesaggio osservato dall’esterno: nascono da dentro, da una coincidenza tra l’occhio e il luogo in cui l’osservatore non è più separato dall’osservato. In questa coincidenza l’inatteso cambia natura. Non è soltanto l’ eccezione che interrompe il quotidiano: è anche il momento in cui il quotidiano si apre — una sottile uscita dal mondo dentro il mondo, in cui ciò che è sempre stato lì, all’improvviso, si mostra. L’apparizione non aggiunge nulla al reale: lo disvela. Le fotografie restituiscono così una geografia mobile in cui tracce umane, processi naturali, memorie sedimentate e trasformazioni recenti convivono senza gerarchia. Il paesaggio non è lo sfondo delle vicende umane: è ciò che le sostiene e insieme le eccede, un fondo che si offre allo sguardo e nello stesso tempo si sottrae. Accanto alle fotografie, i lavori video allargano questa riflessione. Non costruiscono un evento né una narrazione: lasciano accadere il tempo. Se la fotografia trattiene un frammento, il video accompagna il divenire e permette allo spettatore di sostare dentro la trasformazione, invece di osservarla da fuori. Immagini ferme e immagini in movimento compongono un unico campo: due modi di stare nel tempo, non di rappresentarlo. Ciò che interessa a Percoco non è l’eccezionalità dell’evento, ma le relazioni che tengono insieme luoghi, persone e forme dell’abitare — e l’attenzione prolungata necessaria a percepirle. È un lavoro sulla durata più che sulla sorpresa, sulla presenza più che sull’accadimento.
Still here: ancora qui. La condizione di chi resta abbastanza a lungo, e abbastanza desto, da vedere finalmente il luogo in cui si trova.
Fotografo autodidatta, ha scelto in controtendenza di rimanere nel suo territorio, in provincia di Bari, il suo percorso è cominciato nel 2012, pubblicando su Instagram fotografie della quotidianità.
Con gli anni si è trasformato in un lavoro e ha collaborato con varie testate tra cui The New Yorker, New York times e collaborazioni importanti come il Guggenheim di Venezia, Apple e molto altro. È un punto di riferimento della nuova fotografia Italiana.
Dal Punto di vista personale, sono sempre stato attratto da tutto ciò che fa parte della quotidianità e quindi dell’invisibile, dare dignità a situazioni , luoghi e persone marginali, invisibili.